Ripresa: il controverso caso dell’Uomo dei lupi

L’incertezza diagnostica, che da sempre aleggia intorno a questo classico caso della letteratura psicoanalitica, ha dato origine ad un susseguirsi di studi e approfondimenti che si protraggono ancora oggi. Il punto nodale, che ha posto molteplici interrogativi e suscitato svariate interpretazioni agli studiosi, è l’ambivalenza del paziente di fronte alla castrazione. È su questo problema che ruotano anche le considerazioni di Jacques-Alain Miller, quando, tra il 1987 e il 1988, tiene un seminario di DEA sull’Uomo dei lupi, all’Università di Parigi VIII, da cui il testo Commento al caso clinico dell’Uomo dei lupi.
Nell’apertura di questo lavoro Miller espone la problematica fondamentale, sostenendo che la diagnosi deve essere messa a punto basandosi sul modo in cui i legami libidici in reciproca contraddizione vengono organizzati. La storia di Sergej Pankeev, con le sue ambiguità feconde, si presta particolarmente bene ad essere presa in esame da Miller anche per un altro obiettivo preordinato: indagare la clinica differenziale delle psicosi. La trattazione dell’autore, svolta sulla questione della castrazione, può essere concepita anche come una disamina della psicosi intesa sia come il frutto del primo insegnamento di Lacan sia come il risultato del suo secondo insegnamento. In altri termini, come ha fatto notare Marco Focchi, Miller sembra interessato ad interpretare il caso dell’Uomo dei lupi in relazione alla forclusione e alla mancanza, ma anche in relazione alla nozione del buco e alla dimensione topologica [1], ed individuare pertanto le differenze tra le due posizioni, per coglierne l’eventuale deduzione diagnostica.
In un primo momento l’Uomo dei lupi non riconosce la castrazione (Verwerfung), ovvero si attiene alla teoria del coito anale: la donna non è castrata, è l’intestino lo spazio dove ricevere il pene. In un secondo momento subentra la posizione di riconoscimento della castrazione (Verdrängung), che comporta, però, una diramazione: resistere alla castrazione o cedervi (posizione femminile). Da un lato il paziente rifiuta l’identificazione alla madre sul piano genitale, dall’altro la accoglie a livello anale. Il punto per il paziente è che queste correnti coesistono nel medesimo tempo. La coesistenza degli opposti è la soluzione trovata da Freud per questo caso. Egli sostiene che le contraddizioni possono essere ammesse contemporaneamente, giacché è in questo modo che funziona l’inconscio, il quale non contempla negazioni o disgiunzioni, ma solo affermazioni in parallelo. Quello che secondo Freud risolve la contraddizione delle correnti libidiche antitetiche, è la rimozione a favore della forclusione. Se ci fosse stata forclusione, una delle due posizioni di fronte alla castrazione sarebbe stata cancellata, annullata per sempre e non si sarebbe posto il problema della coesistenza. Mentre, con l’intervento della rimozione, c’è semplicemente uno spostamento altrove di un contenuto, che nell’inconscio può continuare a sussistere assieme a tutto il resto, anche se in forma rimossa.
In definitiva, qual è la conclusione logica di Freud? Da un lato c’è castrazione, rimozione dell’identificazione con la donna e fobia del lupo. Dall’altro lato c’è forclusione della castrazione che ha per conseguenza il mantenimento dell’identificazione con la donna. È precisamente qui che arriva la frase che dice che la rimozione è altro rispetto alla forclusione. Qual è il senso preciso di questa frase? Ciò che maggiormente colpisce è che ci sono due tipi di negazione che vengono messi all’opera: un tipo di negazione che dice rimozione e un tipo di negazione che dice forclusione. […] Per Freud, la forclusione è principalmente una negazione assoluta. Espelle, cancella, fa in modo che qualcosa non si costituisca. In secondo luogo, la rimozione significa che allo stesso tempo questo qualcosa è negato e mantenuto (Miller, 2011: 143).
Dunque, una rimozione, tipicamente nevrotica, convive con una forclusione, tipicamente psicotica. Tale compresenza stona con ciò che c’è di appurato: la non sovrapposizione delle strutture psichiche. Secondo i precetti lacaniani fino agli anni Sessanta, rimozione e forclusione, sono meccanismi disgiunti, ma hanno entrambi a che fare con la mancanza, rispettivamente l’una a livello del significato e l’altra a livello del significante. C’è qualcosa che manca al soggetto, un meno di senso o un meno di significazione. In questo caso però, la forclusione non sembrerebbe interessare chiaramente, come accade nelle psicosi classiche, il significante paterno. L’Uomo dei lupi, infatti, non perisce sotto questo aspetto, nel senso che, dice Miller, è pieno di padri e sa cos’è l’angoscia di castrazione. A livello della diagnosi, questo è piuttosto fuorviante, dal momento che, se il soggetto manifesta la possibilità del rapporto al padre, non si capisce perché si dovrebbe essere in dubbio tra una diagnosi di psicosi o di nevrosi. Tuttavia, spiega Miller, questo è un punto cruciale poiché
Il problema di questo soggetto non è che non avrebbe rapporto con il padre, ma che è completamente ingombrato dai rapporti con i padri. […] Ed è complicato, quando non ce n’è uno solo, sapere a chi affidarsi. […] È proprio questa molteplicità disordinata di figure paterne che rende problematico un «c’è» (Miller, 2011: 56-57).
Pur essendo velata e commista alla rimozione, la forclusione del N-d-P qui è operante, nella misura in cui il padre con cui si relazione Sergej Pankeev non è il padre della legge simbolica che apporta pacificazione di fronte all’angoscia di castrazione, ma un padre immaginario per cui «ci si può domandare se è un padre che vale più di una madre divoratrice» (Miller, 2011: 58). Il padre crudele immaginario è quello che il paziente ritrova nel Dio della religione, verso cui si volge alla ricerca di una regolamentazione simbolica. Mancando questa funzione, si deve fare i conti con un godimento che, rimasto slegato, circola. La particolarità e la problematicità dell’Uomo dei lupi è che tale godimento non produce uno scatenamento classico della psicosi, bensì, afferma Miller,
Si osservano delle localizzazioni molto precise che Freud considera comunque isteriche [sintomi a livello del corpo]. Se in questo soggetto non abbiamo una significazione fallica, al suo posto abbiamo una immaginarizzazione fallica che, più o meno, funziona pressappoco allo stesso modo. Ma che cosa ci impedisce di dire che funziona esattamente allo stesso modo? Il fatto che, nel momento in cui c’è un attacco all’immagine, si verifica uno scatenamento. l’Uomo dei lupi perde i suoi punti di riferimento nel momento in cui c’è un attentato all’immagine (Miller, 2011: 61).
Si tratta di un’evoluzione particolare dello Schema I: l’assenza di significazione fallica 𝚽0 renderebbe conto dei sintomi corporei manifestati dal paziente e di un funzionamento psichico esacerbato nel registro immaginario a discapito di quello simbolico e, dunque, coadiuvante il versante psicotico. Ciononostante, avendo evidenziato le ambiguità del caso, la compartecipazione simultanea di fenomeni nevrotici e psicotici e la mancanza di un delirio franco, ci si deve domandare se c’è o meno forclusione del N-d-P e se è possibile ammettere o no, in base alla lezione dello Schema I, «se 𝚽0 è concepibile senza P0 o se, in ogni caso, l’esistenza di fenomeni determinati da 𝚽0 indica che c’è P0 , cioè la forclusione del Nome-del- Padre» (Miller, 2011: 28).
[1] Su questo tema vedere: M. Focchi, L’uomo dei lupi: per una clinica del buco, conferenza svolta il 14 marzo 2015 a Valladolid.
di: Samantha Monaldi 4 Settembre 2026