Viridiana
DI: Luis Buñuel
ANNO DI USCITA: 1961

“La filosofia nel boudoir viene otto anni dopo la Critica della ragion pratica. Se, dopo aver visto che le si accorda, dimostreremo che la completa, diremo che offre la verità della Critica”.
(J. Lacan, Kant con Sade, in “Scritti” vol. II, Einaudi, Torino 1974, p. 765).
Lacan fa in Kant con Sade, testo del 1962, quello che Buñuel fa in Viridiana: una congiunzione di due dimensioni apparentemente antitetiche: il bene e il male.
L’operazione di unificazione lacaniana, che collega la legge morale professata da Kant all’imperativo a godere di Sade, quali due facce della stessa medaglia, è la versione psicoanalitica della trovata cinematografia offerta da Buñuel.
L’atavica arringa manichea trova, nei due autori, un modo simile di esprimersi.
Seppur per vie diverse, entrambi vogliono attribuire un risvolto unificatore a due aspetti disgiunti, individuando la loro crasi nel profondo umano dell’essere.
Identificata al nome che porta, Viridiana è una giovane e fresca novizia, votata all’idea kantiana della purezza morale e del bene universale.
Il film si apre sulle sollecitazioni che la Madre Superiora le rivolge, affinché si rechi qualche giorno a casa di suo zio Don Jaime, suo unico parente e benefattore, per fargli visita. Lei lascia a malincuore il Convento e va.
Questa decisione la conduce a sgusciare fuori dall’ampolla di idealizzazione religiosa in cui si era racchiusa, per incontrare una realtà costellata da brutture, perversioni, ambiguità e depravazione.
Se nella prima parte, è sulla figura di Don Jaime che si concentrano qua e là le scintille del Male, con il suo sguardo ambiguamente interessato alla bambina che salta la corda, la sua abitudine di riesumare abiti e scarpe della moglie morta per indossarli e il suo tentativo di abusare di Viridiana dopo averla previamente narcotizzata, è solo durante la seconda metà del film che l’idea anticlericale della malvagità umana prende il sopravvento.
A partire dal suicidio dello zio, infatti, aristocratico proprietario terriero spagnolo che compie un altro insulto ai precetti cristiani, la protagonista deve desistere dalla sua volontà di tornare in Convento e finisce per restare nella casa dello zio, abbandonando la carriera ecclesiastica.
Suo malgrado, Viridiana prende progressivamente le distanze dalla sua peculiare identificazione significante. La legge morale che alberga in lei permane, ma è costretta a riconoscerne il lato oscuro. Ne prende atto, pur continuando temporaneamente a credere nell’ideale del Bene. In nome di questo transitorio barlume di ideale, utilizza una parte della casa e la trasforma in un centro di accoglienza per i mendicanti del paese. Offre loro del cibo, un letto per dormire, ma soprattutto la speranzosa benevolenza e l’aspettativa di convertirli in devoti cristiani.
Un giorno però, Viridiana e suo cugino Jeorge, personaggio subentrato dopo la morte di Don Jaime, devono assentarsi da casa, lasciando i mendicanti in balìa di se stessi. Il gruppo dei poveri, irrimediabilmente contaminato dalla mancanza di binari civili contenitivi, approfitta della circostanza per andare a curiosare nell’aristocratica casa, facendo degenerare quella che doveva essere una sbirciatina in una fragorosa, sudicia e dionisiaca orgia culinaria, banchetto sadiano dell’esaltazione meschina di ogni bassezza morale.
La corrente surrealista della regia qui si fa sentire, nella grottesca rappresentazione della spinta a godere, fino alla scena sacrilega dove tutti i truci commensali si dispongono come nell’Ultina cena di Leonardo, per scattare una foto per finta, finzione che culmina nel click dell’alzata di gonna di una delle donne.
Jeorge e Viridiana rientrano in casa prima del previsto; il regista confronta l’incarnazione del Bene con il colpo di grazia: Jeorge finisce aggredito da un paio di mendicanti, malmenato e legato; Viridiana subisce il tentativo di uno stupro da parte dei due, evitato solo perché, il cugino, riesce a convincere uno dei due aggressori ad uccidere l’altro, in cambio di qualche spicciolo.
Degradazione miserevole dell’essere umano, disillusione e caduta dell’idolatria.
La figlia della governante brucia un simulacro del miraggio cattolico: la corona di spine appartenuta a Viridiana.
Epilogo.
È perplessa la ragazza mentre si appresta a sopportare l’ambiguità di una situazione: la presenza della governante dietro la porta di Jeorge alla quale Viridiana ha appena bussato.
I tre si siedono al tavolo ed iniziano una partita a carte, tra il turbamento negli occhi della protagonista e l’opportuna accettazione della realtà.
C’è una compresenza di bene e male dentro ogni uomo, un equilibrio instabile tra apollineo e dionisiaco, tra l’imperativo categorico di Kant e l’incoercibile godimento di Sade, effetto della divisione che l’Altro del linguaggio opera sul soggetto, quella barra che permette all’ordine simbolico di costituirsi, facendo tenere in piedi il parlessere, ma facendogli anche perdere un pezzo di godimento e riducendolo ad una dialettica sostenitrice controbilanciata da una spinta pulsionale a ricercare il pezzo mancante.
di: Samantha Monaldi 4 Giugno 2026