L’immagine allo specchio

DI: Ingmar Bergman

ANNO DI USCITA: 1976

Recensione Film

Una casa spoglia. Senza la famiglia, senza mobili. Marito lontano per lavoro. Figlia in vacanza in un campo estivo. Una paziente psicotica in preda ad un afono godimento del corpo. Jenny, psichiatra, va a stare dai suoi nonni in attesa dell’allestimento della sua nuova abitazione.

Qui il suo vecchio lettino da bambina, un ambiente tutto pizzi, merletti e carta da parati. Alle spalle molteplici esperienze di morte: del cane investito, dei genitori in un incidente d’auto, di un cuginetto morto di poliomielite.

Preambolo di elementi sufficienti e sufficientemente incastonati per realizzare una congiuntura di scatenamento d’angoscia.

«Sei sempre stata considerata un miracolo della salute mentale.»

Tutta intenta a vivere la vita secondo un rigoroso copione fatto di sorrisi accondiscendenti, procedure strandardizzate di comportamento, convinzioni e convenzioni, Liv Ullman interpreta una donna alle prese con un fantasma che non la tiene più in piedi.

Quando un soggetto, im-bar(r)a-zzato dal più di godere, si vede costretto a perderne un po’ per guadagnarci in desiderio, costruirà quello che Lacan chiama il fantasma. Un’articolazione tra il soggetto diviso, abitato dall’inconscio, e le sue identificazioni narcisistiche. Uno schermo di sembiante finalizzato a trattare, secondo modalità sempre singolari, quell’angoscia che sta al di là di esso.

Quando il fantasma funziona, il soggetto si può riconoscere nelle proprie identificazioni e cavarsela. É come usare un filtro da saldatore per riuscire a guardare il sole senza danneggiarsi gli occhi.

Alla protagonista di questo film succede di doversi confrontare precisamente con il momento in cui questo velo sull’angoscia cade. Jenny non si riconosce più nella propria immagine allo specchio. Ciò che vede nel suo riflesso è qualcosa di sinistro, sorge un elemento laddove non dovrebbe esserci, un volto perturbante, familiare ma di cui non si ritrovano i tratti.

«È terribile quando una faccia cambia tanto da non riuscire a riconoscerla.»

Si dischiude una crisi. Ricordi crudeli, fenomeni elementari, nefandezze e reminiscenze infantili, la mamma e la nonna che interdicevano con sdegno il Nome-del-Padre, la loro intrusione nell’intima sensibilità di Jenny, un tentativo di suicidio.

Come in una tranche d’analisi, segue una sequenza che dà spazio all’attraversamento dell’angoscia. Supportata dal premuroso silenzio di Thomas, Jenny ripercorre la propria verità per ricostruire un fantasma dove il Reale sia più abbordabile.

Se il suicidio o il suo tentativo rappresentano per Lacan il passaggio all’atto per antonomasia, dove Immaginario e Simbolico fanno cortocircuito e gettano il soggetto nel Reale dell’angoscia, per Bergman sono l’espediente per riproporre il tema degli ideali, quello dell’amore e quello di Dio, in cui Jenny ha sempre confidato, ma che cadono rovinosamente sotto il potere del fallimento e dell’inconsistenza.

Così come pronunciato dai protagonisti, l’essere umano è alla mercé di un’immutabile labilità che li spinge a ricercare affannosamente una certezza fondata sull’illusione e l’idolatria, per non dover incontrare quell’unica certezza esistente:

«essere soli e senza scuse», dominati dall’angoscia.

di: Samantha Monaldi 25 Luglio 2026

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