Martin Eden
DI: Pietro Marcello
ANNO DI USCITA: 2019

Dall’estetica deliziosamente vintage, impreziosito da spezzoni di autentiche clip antiche, vecchi volti, vecchie storie napoletane, Martin Eden è un film che fa centro sulla dialettica tra il soggetto e il desiderio, rapporto che scandisce, quasi mai felicemente, le vicissitudini umane.
È una narrazione latentemente, ma non pesantemente, attraversata dalla filosofia esistenzialista, che finisce per circoscrivere la cocente constatazione dell‘inconsistenza dell’Altro, la disillusione e la solitudine a cui ogni uomo è condannato.
Liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Jack London, del 1909, il film racconta una storia apparentemente semplice, quella di Martin, prestante marinaio di umili origini che vive alla giornata, tirando a campare tra un viaggio in mare e l’altro e che un bel giorno s’innamora di una ragazza.
Lei è Elena, figlia di una famiglia dell’alta borghesia napoletana e sorella di Arturo, ragazzo che Martin difende e tira fuori da una rissa. Per ringraziarlo, Arturo lo invita a pranzo a casa sua.
«Stavo guardando questo quadro che da lontano è bello, ma quando ti avvicini si vedono solo macchie».
Sono queste le parole che Martin, trasognante, rivolge ad Elena, quando la vede per la prima volta nel salotto di casa sua, innamorandosene al primo sguardo.
Parole profetiche che annunciano metaforicamente tutto quello che avverrà in seguito, parole che racchiudono in se stesse il senso lungimirante della narrazione.
È solo da lontano, infatti, che Martin, l’illetterato dalle unghie sporche di fatica e povertà, può permettersi di guardare lo sfarzo aristocratico e fatato, di cui Elena è la principessa colta e raffinata, dedita allo studio e alle buone maniere. Camicetta col fiocco, boccoli biondi e pelle candida.
Ed è altrettanto da lontano, dall’alto, che lei guarda lui e gli parla, pur essendone inspiegabilmente attratta.
L’incontro con la giovane rappresenta una situazione che ha per il protagonista una duplice valenza: per un verso lei gli fa da specchio, seminando in lui l’insinuazione di un amore narcisistico; per l’altro questo amore e l’ingresso nell’aristocratica “casa delle (ipocrite) meraviglie” non sono che il punto di slatentizzazione, la congiuntura di scatenamento di un talento per la scrittura che Martin serbava inconsapevolmente dentro di sé.
Quello che Martin sviluppa per Elena è un amore travolgente, romantico ed appassionato, ma, tuttavia, un amore sul piano immaginario, un amore intriso di narcisismo. Gli occhi interessati di lei prendono la forma dello specchio in cui egli si rivede, superficie speculare dove ritrovare l’immagine ideale di se stesso, la buona forma gestaltica da reperire sull’altro che fa da schermo. E più l’altro ha gli attributi e le carte in regola per nutrire l’immagine ideale del soggetto, più l’amore narcisistico che ne deriva sarà coinvolgente e trascinante.
Non basta. Il versante immaginario s’intreccia a quello simbolico, complicando ed infarcendo la passione amorosa di Martin di significanti fallici del sapere, della conoscenza e dell’alto rango sociale, che Elena gli impone.
Martin accetta, vuole farsi ad immagine e somiglianza di lei, contemporaneamente Elena desidera che Martin si renda compatibile con i significanti familiari ai quali lei è radicalmente identificata.
L’amore per Elena, però, composto di tasselli immaginari e di significanti del desiderio dell’Altro, comporterà gli inevitabili correlati di aggressività, delusione e misconoscimento propri della relazione duale.
Per essere all’altezza di lei e della sua famiglia, che lo guarda con disdegno e che ostacola l’unione dei due, Martin inizia a perseguire con ardore il sogno impossibile di diventare scrittore. Ma l’alienazione al desiderio di Elena, al desiderio dell’Altro concepito come mondo intellettuale, erudito, classe sociale di elevata caratura, significanti strumentali per intercettare una migliore forma di sé, comporta in Martin frustrazione e conflittualità nei confronti di un altro che non vuole amarlo per quello che è, ma per ciò che gli chiede di essere.
Elena non soltanto lo sollecita a studiare, affinché egli diventi adeguato alle sue esigenze borghesi, ma disprezza anche le poesie che egli scrive con cura, dedizione ed aspettativa, poiché lei valuta che siano testi troppo crudi, troppo veri. La gente vuole l’oppio, vuole il sonno del pensiero, la culla dell’ignoranza e le illusioni che parlano di allegria e felicità, mentre Martin scrive della miseria, scrive della crudeltà della vita nei sobborghi della città, del male di vivere, della fatica, dei soprusi. Martin scrive le sue radici, ma nessuno vuole saperne, nessuno vuole confrontarsi con l’altra faccia della realtà, nessuno in ultima analisi vuole lui, col suo fardello di malinconia e precarietà.
Il cammino che Martin intraprende nel mondo della conoscenza lo porta sempre più ad allontanarsi da quell’alienante trasporto amoroso e parallelamente a sentirsi sempre più in sintonia con il desiderio di conoscere la verità dell’essere umano, di capire come funzionano le relazioni tra gli uomini, quali sono i fattori che governano l’esistenza.
Martin cerca il perché delle cose e più indaga, più si interessa, più sviscera il sapere e più l’idealizzazione amorosa per Elena si sgonfia, fino alla rottura definitiva causata da una violenta discussione a sfondo politico avvenuta in casa di lei tra il protagonista, il padre di Elena e un avvocato.
Martin grida contro l’ipocrisia degli uomini appollaiati ai piani alti della società, esce dal selciato, mettendo irreversibilmente la ragazza in imbarazzo di fronte al quieto, addomesticato vivere civile, imprescindibile status quo della sua famiglia.
Quel quadro visto da lontano, quel mondo incantato, fatto di sapienza, di raffinatezza, di boccoli biondi, di prosperità, quel prestigio culturale tanto desiderato e tanto uniforme se guardato a distanza, ora, osservato da una posizione ravvicinata, si rivela per quello che è, non un mondo perfetto, ma un ambiente ricco di ipocrisia, egoismo, di personaggi senza scrupoli e pieni di pregiudizio, un mondo fatto solo di macchie.
Implacabile e senza Elena, Martin insiste, raggiungendo finalmente il successo come scrittore. C’è un salto narrativo orientato da una digressione temporale che ritrae ora il protagonista annoiato, sdraiato, immerso in quel contesto traboccante di agi materiali ed immeritatamente acculturato, che un tempo egli poteva solo bramare.
Martin è giunto all’obiettivo, ha attraversato la conoscenza per scoprire la verità che cercava, ma a caro prezzo.
Al di là dell’ignoranza, nel sapere e nella visione arguta e critica delle cose degli uomini, non c’è quell’orizzonte salvifico immaginato, non c’è riscatto di sé, non c’è un ponte felice per il futuro. Quello che Martin trova al termine del suo faticoso viaggio è la caduta dei sembianti, la disillusione, la disidentificazione ai significanti fallici e quindi la scoperta del nulla nascosto sotto a quelle che erano le stratificazioni dell’io.
Così Martin, più tragicamente di un analizzante al termine di un’analisi riuscita, si ritrova nel ritorno all’abbraccio del suo mare, in compagnia di niente, svuotato degli orpelli simbolici e delle allodole immaginarie, nella bellezza sconfinata di quella vetta raggiunta, dove però soffia il vento gelido della solitudine.
di: Samantha Monaldi 19 Giugno 2026